Quando lo schermo si spegne, io continuo a respirare

Laptop on the desk with a cup and a cactus

Partiamo dalle ovvietà. Siamo iperconnessi e cyberelazionati; evolve la tecnologia e si modificano le forme di comunicazione. A ciascuna di esse corrisponde una causa e un effetto nella percezione dei rapporti umani. Mi è capitato più volte di discutere con amici e conoscenti della difficoltà di instaurare un rapporto cristallino attraverso i Social Media; siamo abituati al vortice di stories, foto, video, commenti, swipe left/right, condivisioni e like, ma non è così scontato che tutte e tutti si sentano a proprio agio. I messaggi trasmessi si modificano in quantità e qualità, per cui qualcuno si domanda — io in primis — come si interpreta una reaction? A questi dubbi e alle conseguenti incertezze si affiancano le nuove frontiere di Ghosting, Orbiting e Benching, inclusi nel volano delle violenze psicologiche. Di cosa si tratta?

Piacersi è un istinto animale, così come renderlo esplicito in vario modo. Le tecniche dell’approccio si saranno anche evolute, ma gli scopi sono pressoché gli stessi: alle persone piace stare in compagnia. Instaurato un avvicinamento, si approfondisce la conoscenza fino al suo turning point, il punto di svolta in cui il rapporto muta, si consolida o cessa di esistere.

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Il Ghosting è stato definito come «una pratica che consiste nel terminare una relazione senza dare spiegazioni, ma chiudendo ogni canale di comunicazione con l’altro. Ovvero, trasformandosi in fantasmi». Quindi, chi lo pratica decide, senza che si sia mai verificato l’evento che ne abbia determinato il cambiamento, che quel rapporto sia da considerarsi in pausa fino al manifestarsi di un altro evento abbastanza rilevante da suscitare una ricomparsa. Interrompere improvvisamente le comunicazioni viene considerata una modalità indolore di lasciar intendere all'altro la cessazione di un interesse, de facto glissando il momento del confronto e delle spiegazioni.
Alcuni tratti caratteriali del ghoster-tipo: vanesio, ambizioso, passivo-aggressivo, infantile, misterioso. Chi vuole un rapporto, pur non volendo un rapporto.

Il digital flirting può assumere diverse forme tossiche. Si associano al Ghosting anche:

  • Zombieing, dopo essere scomparso per giorni o settimane, ecco il ripetersi dell’eterno ritorno — come se nulla fosse successo;
  • Mosting, sbilanciarsi con parole e azioni per dimostrare un sincero interesse, infine sparire;
  • Haunting, approccio passivo-aggressivo di un ex partner o amico che vuole rimarcare la sua presenza lasciando tracce digitali con il fine di mantere il controllo psicologico sull’altro.

Il ghoster non avrà vita facile: la “strategia della fuga” non ripaga mai perché dover gestire le conseguenze dell’evitamento configurerà la consapevolezza di essere privi di maturità e responsabilità.

L’Orbiting, invece, è quell’arte di «“gravitare” attorno ad una o più persone per non perdere i contatti». Il tutto si svolge in maniera molto semplice: si tasta il terreno, si cerca di capire se ci sono i margini per investire energie, infine si traggono le proprie sintesi — nel frattempo, però, qualcun altro potrebbe essersi affezionato. Anche il “ci sono ancora” è un’azione coercitiva.

È sempre lecito troncare, purché ciò avvenga nel rispetto della sensibilità altrui.

Con lievi differenze, il Benching trae origine dalla «parola inglese bench e ha il significato metaforico di “lasciare qualcuno in panchina”». Si verifica quando, preso atto dell’interesse reciproco, uno dei due soggetti si sottrae dalla relazione con l’altro — per esempio, perché non è intenzionato ad avere legami — o non vuole rinunciare alla presenza di una terza persona, pur godendo di quel corteggiamento. Malgrado sia piacevole e stimolante ricevere attenzioni e avances, con il passare del tempo il limbo rischia di rendere il rapporto doloroso, platonico e a senso unico per chi vive l’attesa. Il motivo è che tenere sulle spine chi gioca a carte scoperte viene considerato lusinghiero e alimenta l’ego di chi teme di restare solo. O si gioca insieme o non si gioca, mentre le situazioni asimmetriche come questa prevedono che ci sia un solo protagonista. L’ambiguità è il deterrente dei sentimenti sinceri.

Non esiste uno e un solo tipo di relazione. Quando c’è disponibilità a sperimentare insieme, di comune accordo, ci si può divertire in maniera inedita e senza ferire nessuno.

Non sono un robot

Chi lo subisce viene lasciato allo sbando, coperto dalle incertezze e dai sensi di colpa per qualsiasi tipologia di reazione. La solitudine ne è diretta conseguenza perché nessuno è veramente in grado di capire cosa si provi: commenti del tipo “potevi fare di più”/ “era destino che andasse così”/ “avevi frainteso” suonano come delle sentenze altisonanti che colpevolizzano ulteriormente il soggetto coinvolto, ponendogli dinanzi una ulteriore versione della storia in cui, nel subire un danno emotivo, ne è stato anche l’artefice interpretando male una serie di episodi. Le conseguenze sulla sua autostima sono profonde: si dubita di qualsiasi cosa, in primis di se stessi; ci si sente inappropriati e vittime di un rifiuto sociale più che sentimentale.

Confirm Humanity, I’m not a robot

Le violenze hanno una matrice patriarcale perché stabiliscono una gerarchia tra le parti, una sovraordinazione tra chi dirige e chi subisce il rapporto. Nessuno dovrebbe scandire in autonomia i tempi di un rapporto umano, dirigerne l’esito ed estromettere l’altro dalla possibilità di offrire il suo punto di vista o di ricevere lecitamente le risposte che merita ai quesiti che gli frullano per la testa. Il confronto, solo quello, sana le ferite quando qualcosa va storto e chi fugge lascia l’altro davanti allo specchio a provare i discorsi che non ha voglia di ascoltare. Esperienze simili dimostrano che la comprensione delle ragioni di chi ci sta di fronte è essenziale per lo sviluppo di una comunità che dialoga e costruisce.

La dimensione del “punto e virgola”

È l’ “Amore Disperato” di cui canta Nada quando aspetta che squilli il telefono. Gli strumenti utilizzati per proseguire l’esperienza dell’incontro anche a distanza sono sempre esistiti e ciascuno ha vissuto le fasi alterne dell’aggiornamento e della sostituzione: le telefonate, gli SMS e le e-mail potrebbero aver sostituito le lettere per le più variegate funzioni, eppure molte cose sono cambiate profondamente con l’arrivo di MSN, di Netlog e MySpace diventando rapide e immediate, proprio oggi che ricordiamo vagamente come fosse vivere un incontro scevro dalla sua dimensione del “punto e virgola”, dalle informazioni ulteriori che possiamo ricavare sull’altro da un post e da una instastory — a partire dal suo stato d’animo, per giungere fino alle sue considerazioni sull'organizzazione dell’universo. Non è in alcun modo possibile delegittimare gli effetti umani generati dalle interazioni che avvengono per mezzo della tecnologia.

Social Media, relazioni, violenze psicologiche, ghosting

Il virtuale è a pieno titolo parte del reale esperienziale con cui ci approcciamo, non è né un suo subordinato né un suo capriccio; è volontà individuale o collettiva di proseguire altrove un incontro. Sebbene i Social Media svolgano questa funzione di catalizzatori di legami di prossimità tra le persone, una delle principali difficoltà sembra rendersi conto che i soggetti coinvolti esistano al di là dello schermo. Ciò che più mi spaventa di questo atteggiamento è la semplicità con cui ignoriamo il malessere che questa intermittenza ripetuta per tempi indefiniti possa originare nell'altro. Per tradizione, siamo abituati a vestire i panni del cacciatore e della preda, a navigare in un rapporto di forze in cui qualcuno prevale e qualche altro soccombe, a considerare chi arrossisce come il più debole. Le distorsioni dell’agire comunicativo del mondo reale sono state semplicemente trasferite e accelerate nel mondo virtuale.

Lungi dal voler individuare a tutti i costi un colpevole, è così difficile capire che al termine di una conversazione, che questa avvenga dal vivo o su Facebook, Instagram, What’sapp, sulla base di quel preciso momento di scambio e condivisione, si possa creare una spirale di pensieri, considerazioni e aspettative che trascende l’informalità di una chat?

Riorienta la bussola

Alcune persone ritengono pretenzioso chiedere spiegazioni al proprio ghoster nei casi in cui il rapporto non sia stato definito in precedenza (Se uno dei due vive un momento di confusione, potrebbe significare che non stia partecipando a questo processo?). Non mi convince e non me ne capacito: intendere il rispetto come un vincolo legato agli affetti stabili è deleterio; qualsiasi rapporto umano è una relazione tra due o più soggetti; a prescindere dalla sua declinazione, consapevolezza e consenso sono prerequisiti del rapporto e non conseguenze del suo concretizzarsi.

In conclusione, a meno che tu non abbia avviato una relazione con Doretta o con un chatbot — quando la situazione degenera, fai un respiro profondo e reagisci. Non hai perso il senno, tutto ciò che hai vissuto è esistito e non soltanto nella tua testa. Se il rapporto non è sano, se uno dei due non sta rispettando l’altro, è necessario scatenare il turning point. Non aver paura di silenziare stories, di bloccare persone indesiderate, di deviare telefonate, di smettere di rispondere o dichiarare ciò che pensi in maniera schietta — malgrado faccia male più a te che all'altro. Non esistono tempi e modi giusti e soltanto tu sai cosa può far cessare un’inquietudine; al momento opportuno, saprai come riorientare la bussola.

Respira, sei ancora capace di provare emozioni e di saperle affrontare.

📣 Keen on Social in Media 📰 Journalist ♀️Feminist🎙️Music and Politics 👉 @_sasaprova e t.me/sainacosa

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